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A
causa del trauma chirurgico, è ragionevole aspettarsi una
perdita d’osso di 0.9-1.5 mm durante il primo anno
dall’inserimento degli impianti e di circa 0.02-0.15 mm
ogni anno successivo, anche se non tutti gli autori
concordano su queste cifre e anzi alcuni studi (Buser
D, Mericske-Stern R, Dula K, Lang NP. Clinical
experience with one-stage, non-submerged dental implants.
Adv Dent Res 1999;13:153-161; Buser D, Mericske-Stern R, Bernard JP, et al. Long-term
evaluation of non-submerged ITI implants. Part 1: 8-year
life table analysis of a prospective multi-center study
with 2359 implants.
Clin Oral
Implants Res 1997;8:161-172) condotti su ampi
campioni di pazienti sembrano indicare valori molto
inferiori. In ogni caso, la perdita eccessiva di osso deve
essere immediatamente trattata.
Quando
l’impianto fallisce
Le complicazioni possono essere imputabili a un numero di
cause, ivi inclusi l’instabilità della parte protesica,
la mobilità dell’impianto, il trauma occlusale, la
presenza di componenti fratturati, dolore, infiammazione,
infezione e neuropatia. Il fallimento dell’impianto può
essere precoce o tardivo: nel primo caso, le
complicazioni insorgono velocemente dopo l’inserimento
degli impianti e non si raggiunge mai una vera e propria
osteointegrazione; nel secondo caso, il problema insorge
invece qualche tempo dopo in impianti correttamente
osteointegrati e sui quali si è già conclusa la fase
protesica. Nel fallimento tardivo la causa può essere una
infezione/malattia marginale o un sovraccarico
biomeccanico, un caso che è però statisticamente molto
raro. Le infezioni peri-implantari – mucosite
peri-implantare (infiammazione reversibile a
carico dei tessuti marginali peri-implantari senza perdita
di supporto osseo) e
peri-implantite (formazione di tessuto di granulazione in
caso di infezione batterica) riguardano i tessuti che
circondano l’impianto, sono invece più diffuse in
particolare nei pazienti che non eseguono correttamente le
procedure di igiene domiciliare.
Anche
la mobilità dell’impianto può essere un segno di
problemi significativi, e per questo la sua stabilità
deve essere verificata a ogni appuntamento. La mobilità
può verificarsi nel collegamento moncone-protesi, e
richiede una correzione immediata; la mobilità del corpo
dell’impianto è invece più grave, poiché implica una
perdita di integrazione.
La
protesi e gli attacchi vengono esaminati per verificarne
l’adeguatezza e la funzionalità, in quanto difficoltà
meccaniche nella protesi, quali ad esempio una frattura,
possono provocare uno stress occlusale eccessivo e
contribuire alla perdita di osso peri-implantare.
Sull’impianto non devono gravare forze indebite o stress
oscclusivi, e tutte le superfici delle protesi devono
essere prive di graffi, fessurazioni o danni superficiali
che favoriscono la colonizzazione batterica.
I
tessuti mucogengivali
E’ proprio grazie all’osteointegrazione che l’impianto può
operare come un dente naturale; tuttavia, esso è diverso
da un dente naturale nella suscettibilità alla malattie e
rispetto alla rapida distruzione dei tessuti circostanti.
Anche se i tessuti molli del dente e dell’impianto si
assomigliano, i tessuti connettivi presentano differenze
intrinseche. Il parodonto di un dente naturale è composto
dall’osso alveolare, dal legamento parodontale, dal
cemento radicolare e dalla gengiva, e la superficie del
dente è collegata naturalmente con le fibre di collagene
inserite nel cemento. Il tessuto connettivo
dell’impianto presenta invece fibre di collagene che
corrono parallele alla sua superficie senza che sia
presente un vero e proprio collegamento; inoltre è meno
vascolarizzato e contiene meno fibroblasti rispetto alle
strutture gengivali che circondano il dente. Tuttavia,
l’attacco di tessuto connettivo forma una barriera che
protegge l’impianto sia dai batteri, sia dalle forze
occlusali.
La
valutazione delle condizioni di salute dei tessuti
peri-implantari comprende l’ispezione clinica dei segni
di infiammazione, e la presenza o assenza di placca di
depositi, placca e tartaro supra o sottogengivale viene
annotata e qualificata come lieve, moderata
o grave. Se il paziente esegue una corretta
manutenzione degli impianti, i depositi subgengivali
saranno molto lievi e il tartaro non sarà saldamente
attaccato all’impianto perché la sua superficie in
titanio, non porosa, ne consente la facile rimozione.
(2) A casa
-
dopo l’inserimento
degli impianti
l’igiene domiciliare deve essere accurata ma
delicata, evitando di intervenire sia sulle suture,
sia sulla parte operata. In questa fase sono indicati
gli sciacqui con clorexidina gluconato (o con
qualunque sciacquo antisettico apposito) e/o
l’applicazione locale della clorexidina con un
bastoncino per le orecchie (“cotton fioc”) o uno
speciale spazzolino (vedi immagine). Questa delicata
pulizia è efficace unicamente nella fase iniziale di
guarigione, al termine della quale verranno inseriti
nella routine igienica quotidiana uno
spazzolino morbido, un particolare tipo di filo
interdentale detto “Superfloss”, lo spazzolino
visibile nella prima immagine, lo scovolino
(spazzolino interdentale) visibile nella seconda
immagine;
durante la seconda fase, quando gli impianti vengono scoperti per
l’inserimento del moncone, il paziente proseguirà gli
sciacqui con per circa due settimane, seguiti poi dalla
rimozione meccanica dei depositi e della placca con uno
spazzolino morbido o con altri strumenti. Anche in questa
fase l’applicazione di clorexidina proseguirà con
cadenza quotidiana;
-
fase di restauro
quando il tessuto è maturato in maniera adeguata e si
passa alla fase protesica, il dentista e/o
l’igienista modificheranno ancora i criteri igienici
che il paziente deve seguire a casa, rinforzando i
principi della manutenzione domiciliare in funzione
dell’accessibilità dell’impianto (o degli
impianti), della destrezza del paziente e del
design della protesi finale. Uno degli strumenti
per il controllo della placca intorno al moncone è
rappresentato dallo spazzolino sulculare, uno speciale
spazzolino morbido dotato di sole due file di setole
per inserirsi nel solco gengivale, oppure, per i
pazienti meno abili, uno spazzolino elettrico con
testine multiple che consente pieno accesso intorno al
moncone. Il filo interdentale può essere impiegato
anche per applicare la clorexidina gluconato.
-
particolare cura dovrà essere
garantita quando la parte protesica non è rimuovibile
ma è fissata all’impianto: spazzolini elettrici,
filo interdentale montato sul suo speciale supporto
che ne rende più facile l’uso, scovolino e altri
strumenti interdentali si accompagneranno a sciacqui
con clorexidina o altri agenti antisettici per
garantire la massima igiene possibile anche nelle zone
difficili da raggiungere, o a irrigazioni con
l’apposito erogatore il cui flusso sarà diretto in
particolar modo verso i punti di contatto e il cui uso
completerà la procedura di igiene quotidiana per
rimuovere dalla bocca i materiali staccati ma non
eliminati;
-
nel caso di protesi mobili, gli
attacchi protesici e i monconi dell’impianto saranno
puliti quotidianamente come parte del programma
personale di igiene. I depositi mineralizzati si
sviluppano infatti molto rapidamente e
possono interferire con il corretto
alloggiamento della dentiera. Si farà uso di un filo
interdentale in nylon, abrasivo a sufficienza da
rimuovere i residui dai monconi e dagli attacchi.
Inoltre, tutte le superfici della protesi
devono essere pulite con uno speciale spazzolino
rigido per dentiere almeno una volta al giorno.
In
conclusione, poiché i fattori relativi all’igiene
domiciliare degli impianti sono massimamente critici per
la loro salute e sopravvivenza, e poiché dopo
l’inserimento degli impianti sono imperativi i controlli
periodici, è evidente che in caso di impianto, il
rapporto con il dentista sarà una relazione a lungo
termine, nella quale a ogni visita egli motiverà il
paziente a proseguire il regime già adottato, lo
modificherà se necessario, rispiegherà le procedure
indicate se l’igiene domiciliare si rivelasse
inadeguata, e risolverà con grande tempestività
qualunque problema relativo all’occlusione, alla parte
protesica o alla mobilità dell’impianto.
La
reazione biologica dell’impianto ai batteri patogeni ha
un forte impatto sul suo successo a lungo termine, e
proprio le variazioni nel suo stato di salute possono
indicare se sta guarendo, fallendo, o se è fallito. Per
questo è vitale il confronto continuo tra le
condizioni iniziali di salute dell’impianto e quelle che
si presentano successivamente - condizione che può essere
garantita se e solo se ci si affida a un dentista di
fiducia, possibilmente non troppo lontano da casa.
L’impianto
in via di guarigione mostra una ridotta perdita
d’osso senza infiammazioni cliniche, anche se la
profondità delle sacche è importante, purché non siano
presenti perdite di sangue. L’impianto che sta
fallendo presenta notevoli deterioramenti che
risultano sempre più evidenti a ogni visita di controllo.
Sono presenti infiammazione accompagnata da sanguinamento,
edema (gonfiore), rossore, essudato. La mobilità è
assente, ma è rilevabile radiograficamente la perdita
d’osso. L’intervento sull’impianto che sta fallendo
può avere successo purché venga identificato ed
eliminato il problema, e comprende in genere la
detossificazione della superficie dell’impianto e
piccoli interventi chirurgici. Il fallimento
dell’impianto è multifattoriale, e la sua causa
primaria può anche non essere identificabile. Il
progredire dell’infiammazione e le forze traumatiche
possono provocare la distruzione dell’osso. L’impianto
fallito presenta segni evidenti di infiammazione
clinica, perdita d’osso radiologicamente rilevabile,
mobilità clinica. L’impianto fallito non può essere
trattato, e deve venire sostituito.
ultimo aggiornamento: 07/07/2009
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